VALT MAURO Spedizioni in Antartide

 

Nel 1996, nell’ambito del Programma Nazionale Italiano di ricerca in Antartide, con il progetto di ricerca “Rilievi spettro radiometrici di superfici naturali in Antartide per uno studio integrato con dati telerilevati”, sono stato selezionato a partecipare alla X spedizione scientifica italiana in Antartide. Questo progetto era una collaborazione fra ’Istituto di Ricerca per il Rischio Sismico-Telerilevamento del CNR di Milano e il Centro Sperimentale Valanghe e Difesa Idrogeologica di Arabba, oggi Centro Valanghe di ARPA Veneto.

Dopo una serie di test fisico-psicologici effettuati all’istituto di Medicina Legale dell’Aereonautica Italiana di Milano, una settimana di preparazione tecnica a cura di ENEA presso l’  ex Centrale Nucleare di Brasimone di Castiglione dei Pepoli (BO) e una settimana di acclimatamento sul Monte Bianco, nel mese di novembre sono partito, su un volo di linea,  alla volta della Nuova Zelanda. A Christchurch (Isola del Sud), mi sono imbarcato su un Hercules C-130 dell’aeronautica Militare Italiana e con un volo di 12 ore, assieme ad altri 30 ricercatori italiani, sono atterrato sul pack marino nella Thetis Bay, una baia caratterizzata da 1,20 di ghiaccio marino. Questa baia, quando c’è il ghiaccio marino viene utilizzata come aereoporto, ed è limitrofa al promontorio dove, nel 1986, è stata inaugurata la base italiana di ricerca in Antartide di Baia Terra Nova (74°41’42”S 164°06’50.4”E ) oggi Mario Zucchelli Station.

Il lavoro consisteva nel ricercare superfici nevose omogenee e vaste (km2), ben visibili dai satelliti in orbita in quel periodo, classificarle con una curva radiometrica (dai 250 ai 2500 nm), utilizzando uno spettroradiometro FiedSpec  (range 250- 2500mm -luce del visibile e dell’infrarosso vicino) che nel 1996 ne erano stati costruiti solo 3. e associando la tipologia di neve o ghiaccio.

Si è trattato di realizzare una delle prime banche dati utili a classificare il manto nevoso con il telerilevamento, per ricerche sul global change. La scelta dell’Antartide è stata dovuta alla necessità di disporre di superfici ampie e omogenee per la taratura dei sensori in orbita  per i primi tentativi di classificazione automatizzata.

La mia permanenza in Antartide, in tutte le spedizioni (1996, 1998 e 2005) è stata per un periodo di 30-40 giorni alla volta. Il lavoro di rilevamento si è svolto lungo la costa e nell’interno dell’Antartide utilizzando come mezzi di trasferimento gli elicotteri (Aerospatiale Squirrel)  o aeroplani leggeri (Twin Otter), con frequenti atterraggi per le misure. Particolarmente impegnativi sono stati gli atterraggi “a vista” con il Twin Otter, dove  i piloti neozelandesi e canadesi, erano dei veri “assi dell’aria” ad atterrare sulla neve vergine.

L’Antartide è un ambiente di lavoro estremo, caratterizzato non solo dalle basse temperature (fino a -80°C) ma anche dai forti venti catabatici (venti di caduta). In molte occasioni sono stato recuperato da luoghi estremi in condizioni di colo al limite, specie dai plateau interni (Hercules Névé, Evans Névé, Talos Dome, etc..), distanti 150-200 km dalla base, proprio a causa dei forti venti. Un mancato recupero prevedeva l’installazione di una tenda di sopravvivenza e l’attesa del ritorno di i condizioni meteo favorevoli per il volo (da poche ore a giorni).

Nelle spedizioni del 1996 e del 1998 ho esplorato le nevi di McCarty Ridge, Browing Pass, Priestley Nevé, Drygalski Ice Tounge, Evans Névé, Campbell, Rennick Glacier… tutti luoghi di nomi di esploratori polari degli inizi del ‘900, nomi da far rabbrividire ogni ricercatore moderno.

L’esperienza maturata nel corso delle varie spedizioni, mi ha portato di nuovo in Antartide nel 2005, con un altro progetto di ricerca, indirizzato allo studio delle megadune di neve dei plateau antartici. La neve, nelle grandi distese polari, si muove come la sabbia sotto l’effetto del vento. Le dune che si vengono a creare non solo visibili all’occhio umano ma solo da satellite. Queste megadune hanno lunghezze d’onda di oltre 5 km e spessori anche di qualche centinaio di metri. Lo studio del loro movimento si era reso necessario per migliorare l’individuazione dei punti di perforazione del ghiaccio per lo studio del clima attraverso le carote. Nel 2005, il viaggio di ritorno dall’Antartide è stato con la nave Astrolabe della spedizione francese. Una barca di 60 metri a fondo piatto, molto ballerina nei mari tempestosi della convergenza Antartica (di norma un mare forza 6 per giorni). Il viaggio dalla base  Base Dumont d’Urville (66°39’46”S 140°00’05”E)  a Hobart in Tasmania è durato 7 giorni di navigazione, con un mio scarso adattamento al mare.

A queste spedizioni in Antartide, sono seguite altre 3 spedizioni in artico nel 2001, 2003 e nel 2010, sempre per lo studio della fisica e della chimica della neve.

 

Se l’Antartide ha rappresentato la parte più estrema e dura delle spedizioni scientifiche a cui ho partecipato, con emozioni e sentimenti che hanno lasciato il “mal d’Antartide” , l’Artico ha rappresentato avventure ed emozioni completamente diverse.

Le spedizioni di ricerca in Artico della comunità scientifica italiana si basano sulla logistica della Base “Dirigibile Italia” a Ny Alesund (78°55’N 11°56’E), nelle Isole Svalbard.

In Antartide, la base Mario Zucchelli è tutta italiana, assemblata con una serie di moduli tipo container dove sono stati ricavati gli alloggi, i laboratori di ricerca, la cucina, la mensa, l’infermeria tutti collegati all’interno  fra di loro. La base è stata costruita dal nulla negli anni ’80. La base italiana in Artico chiamata “Dirigibile Italia” è all’interno di un piccolo paese di minatori, trasformato in paese di ricercatori dopo un grave incidente minerario. Il paese Ny Ålesund era la miniera di carbone più a nord del mondo, mitigata nel clima da un lembo della corrente del Golfo che lambisce le coste delle Isole Spitzbergen. Oggi i vecchi dormitori dei minatori sono state trasformati in abitazioni affittate alle diverse nazioni che svolgono ricerca in terra polare. Ogni casetta norvegese, con i suoi colori, è una base di ricerca. Tutti i ricercatori gravitano su una mensa unica, dove la sera ci si ritrova in una grande comunità scientifica. A Ny Ålesund c’è il “pilone” dove nel 1924 e nel 1926, Umberto Nobile parti prima con il dirigibile “Norge” per la trasvolata artica assieme ad Amundsen e poi con l’”Italia”, all’esplorazione dell’Artico.

Le spedizioni scientifiche del 2001, 2003 e del 2010, oltre che all’ integrazione della banca dati delle misure spettroradiometriche iniziate nel 1996, sono state indirizzate, dalla comunità scientifica italiana, allo studio del manto nevoso e di alcune sue caratteristiche chimico –strutturali con prelievo di diverse carote di neve. Queste carote sono state in parte analizzate a Ny Åesund e in parte da diverse Università e Centri di Ricerca del CNR.

La ricerca dei punti da monitorare con le immagini da satellite, le superficie sono ridotte rispetto all’Antartide, e dei nevai dove prelevare le carote, mi ha portato a lunghi viaggi con una carovana di motoslitte.

Se Ny Ålesund, paese di minatori con molta storia dell’Italia è stata una emozione, la città di Pyramiden, raggiunta dopo 18 ore di motoslitta su e giù per montagne e fiordi, lo è stato ancora di più. Pyramiden era un paese minerario sovietico, di 3-4000 abitanti, abbandonato nel 1997 dopo un incidente aereo che ha coinvolto più di 200 minatori che ritornavano in Ucarina. Un paese in Artico, isolato da mondo per 6-8 mesi all’anno con la Casa del Popolo, palestra,  piscina olimpica, il teatro, la sala della musica, ospedale, albergo, ufficio postale… tutto abbandonato dal 1997, fermo, immobile, sospeso nel tempo. Vedere le discenderie, i macchinari ghiacciati, i vagoni, gli uffici vuoti con le carte, le mappe della miniera con gli ultimi schizzi, i dischi di “Glory al Minator”, è stata una emozione importante per me, perito minerario n°1414.

I dati raccolti nelle diverse spedizioni, oggi vengono utilizzati in modo automatico per classificare i suoli coperti da neve. I sensori montati sui satelliti di nuova generazione sono stati progettati in modo da tener  conto dei “colori” della neve bianca rivelati nelle diverse spedizioni.

La formazione scolastica “savei en cin de tut, ma nia di preciso” è stata l’elemento fondamentale della mia carriera che mi ha acconsentito di disporre, quasi sempre, di quei elementi di conoscenza minima e di base, che hanno fatto la differenza nei momenti lavorativi più importanti o critici.

In queste memorie ho tralasciato i nomi delle persone che devo ringraziare, i nomi dei progetti di ricerca che hanno dato i fondi, gli Enti di ricerca che mi hanno affidato incarichi e che andrebbero citati sempre, ma che riempirebbero pagine.